Esuli

Tre documentari per raccontare gli esuli del terzo millennio

La trilogia

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Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR), alla fine del 2014 più di 59,5 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti, e crisi umanitarie, socio-politiche e ambientali. Il 51% di queste persone sono minori sotto i 18 anni di età. Se queste 59,5 milioni di persone fossero una Nazione, sarebbe la 24^ Nazione più grande del mondo. Tre quarti di questi rifugiati sono in una situazione di “esilio a lungo termine” senza alcuna prospettiva di ritorno a casa.

Questi numeri ci descrivono un esodo forzato e permanente di centinaia di migliaia di persone che, anno dopo anno, si mettono in cammino e rischiano la vita per evitare la morte, la persecuzione o la miseria che li attenderebbe dove hanno sempre vissuto, lavorato e dove spesso lasciano anche i loro affetti più cari.

Recenti studi indicano che la popolazione dei rifugiati continuerà a crescere durante tutto il prossimo decennio, anche in nuove e diverse modalità. Nuove connotazioni dovute alla crescita demografica in particolar modo in Africa e Asia; un numero sempre più elevato di rifugiati urbani che porterà a una maggiore urbanizzazione; ogni anni milioni di esiliati saranno causati dai cambiamenti climatici e dai disastri naturali; lo spopolamento di intere aree del mondo, dovuto sia dal crescente costo del cibo, questo causato dalla crescente urbanizzazione e dalla riduzione della produzione agricola in Africa e Asia che dal crescente numero di conflitti.

Il progetto

La produzione Clipper Media e RAI CINEMA hanno prodotto tre documentari per raccontare i rifugiati. In anni recenti, Clipper Media e RAICINEMA hanno collaborato per numerosi documentari.

La trilogia vuole approfondire le storie di chi vive lontano dal proprio Paese di origine spesso in situazioni di precarietà abitativa, sanitaria, lavorativa, economica, sociale ed educativa.

Si tratta una realtà che è molto più vicina a noi e al nostro vissuto di quanto si possa pensare; basti ricordare gli esodi della Seconda Guerra Mondiale, quelli derivanti dai conflitti nei Balcani negli anni Novanta, fino ai più recenti sommovimenti popolari in Libia o tuttora in Medio Oriente (Siria).

L’informazione che raggiunge l’opinione pubblica del nostro Paese relativa alle crisi umanitarie, alle guerre che scoppiano in tutto il mondo spesso non riesce a comunicare la gravità degli effetti che colpiscono queste persone che, in breve tempo, si trovano sradicate dalla propria terra, non più in grado di provvedere autonomamente a loro stessi e alla propria famiglia.

Il progetto si sviluppa in tre documentari, ciascuno di un’ora circa, che indagano le “ragioni dell’esilio”: i conflitti e le guerre; le persecuzioni politiche, razziali e religiose; i cambiamenti ambientali e il depauperamento delle risorse.

Il primo documentario è dedicato ai profughi di guerra ed è stato realizzato in Turchia e Giordania tra i profughi siriani e palestinesi e in Kenya tra i profughi somali. Si descrivono le ondate migratorie determinate da guerre tra Stati, conflitti etnici e guerre civili, e si incontrano profughi in fuga dai territori interessati dall’azione bellica. Si spiegano le ragioni di questi esodi e si mostra la vita all’interno dei campi profughi. Sono forniti i numeri impressionanti che circondano questa realtà e sono raccontate le storie, le emozioni e le speranze dei protagonisti.

Il secondo documentario si concentra sulle storie di esodo di coloro che sono stati costretti ad allontanarsi dal proprio Paese a causa di persecuzioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale od opinione politica. In particolare, il documentario narra la vicenda dei profughi tibetani ed è stato realizzato in India, sede del Parlamento tibetano in esilio. Ci si concentra dunque su quelle situazioni in cui, secondo la Convenzione di Ginevra, si ha diritto ad usufruire dello status giuridico di “rifugiato”. Sono protagoniste le storie di coloro che hanno scelto di spostarsi non perché alla ricerca di migliori opportunità di vita e di lavoro, ma perché costretti ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia e a trovare protezione fuori dal proprio Paese.

Il terzo documentario è dedicato ai “rifugiati ambientali” e agli esuli da “conflitti ambientali” ovvero a tutte quelle situazioni in cui il degrado ambientale, il depauperamento delle risorse naturali, l’inquinamento, i disastri naturali hanno determinato, per centinaia di comunità sparse nel mondo, l’impossibilità di garantirsi mezzi di sostentamento nei propri territori. Si tratta, generalmente, di fenomeni quali siccità, desertificazione, erosione del suolo, deforestazione, ristrettezze idriche e cambiamento climatico come anche di disastri naturali quali cicloni, tempeste, terremoti ed alluvioni. Si tratta inoltre di situazioni in cui la realizzazione di grandi infrastrutture determina lo sgombero forzato di intere comunità. Si stima che, ogni anno, ci sono circa 6 milioni di profughi ambientali. Un fenomeno che per il 2050, secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone. Persone a tutt’oggi prive di tutele giuridiche, che vivono un dramma di cui si parla poco. I Paesi coinvolti in questo documentario sono il Brasile e gli Usa (California).

Nel lavoro di ricerca ci si è avvalsi di fonti istituzionali quali l’Ufficio ONU per i Rifugiati, il WFP, l’Amministrazione centrale tibetana di Dharamsala e la Città di Porterville (California) e le ONG locali ed internazionali Action Aid, Survival International, Greenpeace, International Campaing for Tibet, Conselho Indigenista Missionario.

 

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